Una raccomandazione pericolosa
Una raccomandazione pericolosa
Alla fine c’era riuscito. Una gioia intensa lo
pervadeva mentre il generale dell’aviazione gli appuntava la medaglia sulla
divisa e gli consegnava la pergamena del brevetto. Adesso era un top gun: un pilota di aerei supersonici:
quelli da combattimento che si vedono nei film di guerra. Quelli che sfrecciano
a velocità inimmaginabili che se non stai attento non riesci nemmeno a
intravvedere.
L’obiettivo se l’era prefisso fin da ragazzo negli
spensierati anni del liceo. Aveva preso la scuola con serietà e dedizione. Nella
mente sempre fisso il suo obiettivo: diventare pilota d’aereo da caccia. Era
venuta poi l’accademia con il suo grosso carico di disciplina e sacrificio.
Erano i primi passi verso il traguardo. Solo pochissimi di quelli che intraprendono
questa disciplina arrivano alla meta finale. Le caratteristiche fisiche e
psichiche di chi s’avvia su quella strada sono innumerevoli. Bisogna avere
un’idoneità fisica di primordine. Una mente brillante in grado di far fronte
velocemente alle situazioni impreviste. Una fermezza di carattere che mantiene
calmi nelle situazioni di pericolo. Infine, cosa che non guasta mai, un pizzico
di fortuna che permette di trovarsi nel posto giusto, con le persone giuste, al
momento giusto.
Avuto il brevetto tutte le altre cose dimenticate. Ora
bisognava pensare al lavoro, alle opportunità e perché no? Anche alla carriera.
Le opportunità non mancavano. Bastava scegliere e scegliere bene. Emo era un
ragazzo di sani principi. La professione di pilota lo teneva quasi sempre
lontano da casa ma, al ritorno dalle missioni non mancava mai di tornare al paese
a trovare la vecchia madre rimasta vedova già da diversi anni. Rosa era una
donna semplice, casalinga da sempre senza nessun’altra velleità. Nata nei primi
del novecento lei gli aerei non li aveva mai visti da vicino. Nel suo pensiero
il concetto di aereo era legato a quello del Barone Rosso o a quello di Francesco
Baracca disegnati sulle riviste del Corriere nell’atto di compiere imprese
mirabolanti. In realtà non aveva mai capito completamente cosa facesse il
figlio. Quando Emo la veniva a trovare, dopo averlo rimpinzato di cose buone,
al momento del commiato abbracciandolo non mancava mai di fargli un’accorata
raccomandazione:
“Mi raccomando figlio mio, vai piano e vola basso”.
Gianfranco Liberati
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