Uso improprio

 

Sono molti anni che frequento fb. Lo ritengo un discreto strumento di comunicazione. Fb permette di esprimersi alle varie nature del genere umano. C’è chi vuole mettersi in mostra, chi vuole essere originale, chi spiritoso, arguto, competente, poeta, cuoco, pittore, scrittore, analista politico, fine ricercatore di cose originali, psicanalista, filosofo. C’è quello che la sa lunga e tratta gli altri da ingenui. C’è pure chi esagera, per esempio nei saluti: Tantissimi auguroni. (Chissà se quello che li ha ricevuti ha il fisico adatto per reggerli).

Per quanto sembri improbabile fb ha un suo filtro… un filtro micidiale. Chi non rientra nei canoni minimi di qualità, non scritti ma esistenti, viene censurato ma più spesso ignorato.

Io passo una mezz’oretta la sera a visionare i post. Non giudico e lascio al filtro invisibile di fb il compito della selezione. A volte intervengo mitigando la mia vis polemica che mi porterebbe a reagire di getto ad un post che a me sembra insensato o confuso. Una cosa la ho notata. Con il passare degli anni il linguaggio si è evoluto, è divenuto essenziale. Non lascia spazio all’alternativa. Quando si dice una cosa è quella! Il tono è perentorio: “o così o niente”. Certe volte il postatore dà per scontato che chi legge sappia già di che cosa si parla. Però vorrei ricordare che un’immagine o una notizia per essere maggiormente apprezzate hanno bisogno di una cornice, certe volte una spiegazione o una descrizione. Come un piatto di carne o di pesce hanno bisogno di un buon vino e un contorno adeguato che li accompagnino.  

Questa volta descriviamo una scenetta comica realmente accaduta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

USO IMPROPRIO

Totò era stato da sempre un allevatore di bovini. Aveva un appezzamento di terreno di qualche ettaro sulla collina a nord del paese limitrofo al quarto delle terre dell’Università Agraria. Quando ebbe una certa età ridusse le aspettative. L’allevamento era divenuto troppo gravoso per lui. Lasciò solo due o tre manze per l’uso familiare. Il terreno era sufficiente ampio per la loro alimentazione naturale senza dover pensare ai mangimi, alle stalle e alle profilassi igieniche ecc. Nemmeno per abbeverare si poneva il problema, nel terreno in mezzo ad olmi e ontani c’era una piccola sorgente che dava origine ad un fosso.  Oltre alle manze Totò aveva improntato un piccolo pollaio ospitandolo in una capanna costruita da lui stesso.  

Tutte le mattine Totò con il motorino faceva circa tre chilometri di strada asfaltata e poi bianca per recarsi al suo terreno. Svolgeva le elementari incombenze. Governava gli animali. Sistemava la recinzione se nella notte i cinghiali l’avevano danneggiata, poi verso mezzogiorno inforcava il motorino e tornava a casa. Un giorno all’entrata del paese fu fermato dai carabinieri.

“Libretto!” “Tutto in ordine!”

Mentre gli restituiva il libretto di circolazione il carabiniere guardandolo severamente gli disse: “Lei… il casco lo deve indossare”.

Il casco pieno di uova dondolava appeso al manubrio del motorino.

“E l’ova dove le metto?” Rispose Totò sorpreso.

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